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Venerable Ajahn Sucitto -
Cuocere la zuppa: la pratica come processo
(Discorso
tenuto nel corso di un ritiro a Bassano Romano (RM) nell'aprile del
2001. Traduzione e adattamento di Letizia Baglioni)
La pratica è un processo, è utile ricordarsene. Quando
andiamo in ritiro ci sottoponiamo a un processo, che è qualcosa che ha i
suoi tempi, un suo ritmo, una sua energia: il ritmo e l'energia del
nostro karma, delle nostre aspirazioni, delle nostre virtù, delle
nostre difficoltà. Noi lo facilitiamo fornendo lo spazio, la struttura,
in cui certi cambiamenti possono avvenire, in cui certe cose possono
sbloccarsi e risolversi e in cui a tempo debito possono emergere certe
intuizioni profonde. Il processo che intraprendiamo è quello delle
Quattro Nobili Verità: la sofferenza, la sua origine, la fine della
sofferenza e il sentiero.
L'esperienza del Dhamma si svolge a più livelli. Ci sono
le tecniche, che sono metodi o modi ben precisi di fare le cose; ci sono
le pratiche, ossia temi nel cui ambito si possono applicare le varie
tecniche; e poi c'è il processo, quello strano miscuglio che esce fuori
quando applichi il tutto a te individualmente. E' come cucinare una
zuppa. Mettiamo che vogliate fare un minestrone. Qualcuno vi dice: “Devi
metterci i peperoncini, l'erba cipollina e le cipolle, di quel certo
tipo, in questa proporzione, verrà perfetto. Se poi intingi i
peperoncini nell'olio d'oliva prima di buttarli in pentola, è il
massimo”. Questa è la tecnica. Ciascun cuoco ha la sua specialità che
gli riesce a perfezione. La pratica è cucinare una zuppa. E il risultato
del processo è il tuo tipo particolare di zuppa. Che viene
fuori quando scopri che i peperoncini e l'erba cipollina non ce li hai
ma potresti usare le carote e la pasta. Fai per mettere le verdure nella
macchinetta ma ti accorgi che non funziona; quindi devi tagliarle a mano
e con una forma diversa, per cui al posto delle finissime listarelle ti
ritrovi dei pezzettoni irregolari. Comunque sia li butti in pentola e
metti il tutto sul fuoco, magari non proprio alla giusta temperatura
raccomandata dal maestro chef... Due ore più tardi, e dopo un bel po' di
preoccupazione, tensione e agitazione... ecco il minestrone! E se
qualcuno lo assaggia e dice: “Mmmh che buono! Come l'hai fatto?”, gli
rispondi: “Sai, ho una tecnica speciale!”.
Qualcosa di simile alla pratica del Dhamma. In realtà, si
può solo dare un tema generale di riferimento. Il bello è che il Buddha
ne aveva così tanti di questi temi che metterne insieme anche solo tre o
quattro dà già un ottimo strumento per orientarsi. Per cui c'è la
pratica dei brahmavihara - gentilezza amorevole, compassione,
gioia partecipe ed equanimità - c'è la pratica di sila, che
significa comportarsi con responsabilità e consapevolezza, ci sono
riflessioni su temi come la morte, il karma, il valore e i
benefici della virtù e della bontà; poi ci sono pratiche come quella di
samatha-vipassana che facciamo qui, in cui si cerca di andare
alla sostanza del corpo e della mente per farne esperienza diretta.
Nella misura in cui tutte queste si sovrappongono e non si contraddicono
si può dire di essere sulla strada giusta. Laddove invece se si
coltivasse la consapevolezza del corpo ma questa fosse in contrasto con
i valori della gentilezza e della virtù, o con la coscienza della
propria mortalità, non sarebbe una pratica corretta. Quindi c’è sempre
modo di non coinvolgersi a senso unico con una forma di pratica a
scapito dell'equilibrio generale.
Il nostro obbiettivo è risanare e liberare la totalità
dell'essere. In altri termini, è il benessere e la liberazione di
citta. Citta è quell'esperienza immateriale che chiamo “me stesso”,
ciò che riceve le impressioni corporee e sensoriali, come pure i
pensieri, le emozioni e gli stati d'animo. Citta riceve
un'impressione ed entra in risonanza. E’ così che conosciamo qualcosa,
grazie a quella sorta di sottile fremito, di riverbero, che avviene
quando veniamo toccati. Ed è così che possiamo sapere dove siamo,
fisicamente o emotivamente, o in che rapporto ci troviamo con gli altri,
grazie al fatto di venire influenzati. Senza di che, non vi è reale
esperienza.
Un'altra funzione di citta è il sostenere:
si riceve un'impressione e l'attenzione insiste su
quell'impressione. Se non riveste particolare importanza ci sarà solo un
riconoscimento momentaneo; altrimenti l'attenzione vi tornerà
ripetutamente e con grande intensità o interesse. Di solito è così che
succede: notiamo l'esistenza del pavimento, del soffitto, delle pareti,
ma solo di sfuggita. L'impressione generale del nostro corpo e le
sensazioni che proviamo ricevono un po' più di attenzione, e fra queste
ultime c’è forse una piccolissima porzione, un particolare tipo di
sensazioni, che ne riceve moltissima: per cui ad esempio non sono più
semplicemente nella stanza o in un corpo, ma sono “in agonia”.
L'attenzione si concentra su un solo elemento alla volta. L'attenzione
non è un atto neutro, l'attenzione è partecipazione: ciò a cui facciamo
attenzione diventa dominante e attorno a quel determinato oggetto tende
ad accumularsi energia.
Ciò a cui si fa attenzione diventa la fonte di ulteriori
oggetti di attenzione, conformi o collegati al primo. Ad esempio: a
tutti sarà capitato durante un ritiro di avere un certo ricordo che
resta nella mente per mezza giornata; avrete notato come si possono
riempire ore e ore con giudizi, fantasie e riflessioni che ruotano tutti
attorno a quel particolare piccolo ricordo.
L'altro aspetto di citta è quella facoltà che si
definisce intenzione: qualcosa che punta in una certa direzione,
che dirige o sceglie e che dà luogo a un naturale effetto di
intensificazione per cui ciò che è intenso diventa il fulcro della
propria attenzione. Quindi, a volte diamo attenzione a qualcosa per via
della forte impressione che suscita, perché ad esempio è doloroso o
commovente. Altre volte invece è il fatto di essere orientati in un
certo modo, intenti o particolarmente interessati a qualcosa a
determinare il fulcro principale della nostra attenzione. Rispetto alle
impressioni abbiamo un certo margine di scelta, ma non completa
libertà. Non possiamo fare a meno di provare le sensazioni corporee, il
piacere e il dolore, gli stimoli provenienti da fonti esterne. Certo,
possiamo decidere di non guardare la TV o di non andare alla partita di
calcio, però a parte questo non possiamo fare granché. Quindi ciò su cui
è possibile lavorare utilmente allo scopo di dare all'attenzione oggetti
appropriati è l'intenzione: è qui che abbiamo il più ampio
margine di scelta. L'impressione è vipaka (lett. “frutto”,
conseguenza), cioè qualcosa che è già successo o sta succedendo;
l'intenzione è kamma, ossia ciò che si sceglie di fare. L’idea è
che noi possiamo agire sul modo di ricevere l'impressione; quindi
non sull’impressione stessa bensì sul nostro modo di gestirla, di
affrontarla.
Gli insegnamenti buddhisti affermano che in questo mondo,
con questo corpo, con questa coscienza e queste percezioni è possibile
conoscere la libertà dalla sofferenza. E solo lavorando sull’intenzione.
Ad esempio, si può coltivare deliberatamente l'intenzione di essere
pazienti. Forse crediamo di sapere cosa significhi essere pazienti.
Spesso abbiamo idee precise sulla pazienza (o sulla calma o sulla
gentilezza). Ma la pratica del Dhamma ci dà occasione di esplorarla
direttamente e accorgerci che in realtà ne avevamo solo un’idea
superficiale, addomesticata, in qualche modo distorta. Praticando
arriviamo a conoscerla nella sua forte e autentica pienezza.
Di solito per pazienza si intende la capacità di
resistere per un certo periodo di tempo. Ad esempio, aspetto l'autobus
da dieci minuti e decido che resto lì e continuo ad aspettare; o nel
caso di un suono fastidioso o di una sensazione fisica fastidiosa penso:
“Sopporterò”. Ma se coltivo davvero la pazienza sono disposto a
lasciare arrivare fino in fondo alla mia presenza il suono o la
sensazione. Spesso usiamo certe idee come uno schermo che si frappone
fra il cuore, la sensibilità, e quella cosa lì che non mi piace per
niente, per cui diciamo: “Va bene, ci resto ancora per dieci minuti”, ma
fra il cuore e l'esperienza c’è una specie di scorza. Oppure:
“Sopporterò per buona educazione...”.
Ma essere pazienti significa togliersi la scorza.
Perciò, di fronte a una cosa irritante la prima reazione potrà essere:
“Fatti coraggio, finirà”. Il tempo passa, la cosa è ancora lì, il
coraggio comincia a vacillare: “Be', proverò a restare calmo”; ma la
provocazione continua e la calma entra in agitazione. “Proverò a essere
consapevole!”, ma quella non demorde, continua a punzecchiare, finché a
un certo punto... irritazione, rabbia, dolore, furia, il fronte è
rotto, le coperture cadono, la scorza cede, resta la nuda esperienza. E
la cosa è sempre là...
Allora, se la pazienza viene sostenuta fino in fondo,
arriva il momento in cui quel dolore e quell’irritazione possono essere
leniti, in cui semplicemente sei quello che c'è e non c'è più
reazione, nessuna resistenza, nessun patteggiamento. A volte c’è come un
fremito, un brivido attraversa il corpo, sentiamo che è cambiato
qualcosa. E lo straordinario è che la difficoltà può esserci ancora, ma
in un certo senso non è più difficile. E' semplicemente quello che è,
e anche ciò che io sento di essere è cambiato. Non sono più il
capitano sul ponte della nave che dà ordini a destra e a manca o il
passeggero che cerca di gettarsi fuoribordo. Ma solo la nave: ecco, è
solo questo. E' c'è posto anche per questo.
Dunque il problema sta sempre nella contrapposizione: il
senso dell'io viene sfidato dall'esperienza; ma quando la
contrapposizione si scioglie il senso dell’io può trasformarsi
radicalmente o apparire sotto una nuova luce. E’ così che il processo
della sofferenza, se lo si attraversa fino in fondo, porta alla
liberazione. Poi, naturalmente, se pensiamo: “Ah, ora so cosa fare,
finalmente ho la tecnica giusta”, non funziona più. Perché il senso
dell'io si è agglomerato, per così dire, attorno a quell'esperienza,
esperienza il cui vero valore sta proprio nella libertà dal senso
dell'io. Il senso dell'io non avrà mai la ricetta giusta. Mentre invece
il processo del Dhamma è davvero prodigioso, davvero immenso, davvero
illuminante.
Per renderlo possibile ci sono alcune cose da tenere
presenti nella pratica. La prima è sostenere la propria aspirazione. Non
sempre l'aspirazione si lascia definire con esattezza; forse non posso
dire di aspirare a diventare questo o quello ma sento comunque di averne
una. Perché se penso che la mia aspirazione è quella di essere più
paziente o più gentile, ad esempio, è quasi certo che il senso dell'io –
“voglio essere più paziente” – farà da ostacolo. Tenere presenti cose
come la calma, la tolleranza e la gentilezza è un buon punto di
partenza; ma bisogna rendersi conto che il processo attraverso cui ci si
arriva è sperimentarsi come impazienti, rabbiosi, ostili e confusi.
Bisogna passarci in mezzo, è il fuoco della purificazione. E accanto a
questo, sapere che c'è altro, c'è la possibilità di qualcosa di
meglio, e dargli fiducia. Avere fede.
In secondo luogo, tenere viva l'intenzione: “Mi
applicherò: mi sento ispirato, disposto a fare, ho fiducia e inoltre
faccio uno sforzo, investo la mia energia”. Senza una ferma e deliberata
intenzione la pratica si limita a grattare la superficie senza mai
andare a fondo. Quindi conservare quel senso di intenzionalità, anche se
è probabile che strada facendo ci si ritrovi bloccati, incapaci di
procedere, incerti sulla direzione da seguire, incerti su come applicare
l’energia.
Ma si tiene viva l'intenzione malgrado tutto:
l'inclinazione a essere presenti nel processo. Lo spazio della mente, lo
spazio di citta, è il sacro crogiuolo: “Sarò presente con quello
che c'è, me ne assumo la responsabilità”. Ciò nonostante, è probabile
che l’esperienza effettiva sia desiderare ardentemente di non
stare con quello che c’è: “Non dovrebbe andare così, è tutto sbagliato,
non è giusto!”. Allora possiamo stare con il “Non dovrebbe”, con quel
“Sbagliato!”, “Ingiusto!”. E' qui che avviene il cambiamento, se si
sostiene lo spazio, se si resta lì; il cambiamento avviene, non lo
provochi tu. In quello spazio c'è solo spazio: patteggiamenti e
resistenze vengono meno, si apre lo spazio della consapevolezza che
rende possibile il cambiamento.
Personalmente, quando mi trovo alle prese con un disagio
di tipo emotivo o fisico, o con la tensione di un rapporto difficile o
di una situazione di vita, la prima cosa che penso è: “Com’è potuto
succedere? Dove ho sbagliato?”. E poi: “La mia pratica non va... forse è
una situazione negativa per la pratica... c'è qualcosa che non vedo?...
dovrei sforzarmi di più.. magari dovrei chiedere consiglio a
qualcuno...”; e via di questo passo ad agitarmi, resistere, pretendere
che le cose siano diverse da come sono. Anche questo fa parte del
processo. L'energia saggia le direzioni possibili nella speranza di far
cambiare le cose. Alla fine, quando le ha provate tutte, torna sui suoi
passi e si raccoglie in se stessa, e c'è pura attenzione: “Ah, si tratta
di questo!”.
A volte si prova un sollievo fisico, è come se il corpo
avesse conosciuto o riconosciuto qualcosa. Oppure c'è un moto del
cuore, che si può esprimere nel pianto o in altri modi. Ma il fatto
fondamentale, a prescindere dalla modalità dell'esperienza, è che un
pochino della durezza e della caparbietà dell'io si è ammorbidita. E
allora: ma sì, c'era posto per questo! E' solo quel piccolo io
striminzito che non voleva saperne: “Non c'è posto qui! Via! Lasciami
stare! C'è posto solo per cose giuste e ragionevoli!”. Imponiamo
all’esperienza nozioni molto strane e astratte come “giusto”,
“ragionevole”, “piacevole”, eccetera; è l'addomesticamento, per così
dire, o socializzazione di citta. Il risultato è uno spettro
estremamente ridotto di ciò che è in grado di accettare.
Quando percorrevo le strade dell’India a piedi in
pellegrinaggio i limiti dell'accettabile venivano sfidati
quotidianamente. Non era giusto, ragionevole, logico, sensato, civile o
gestibile... Diamo per scontato che se premi un pulsante sulla parete
compare la luce, o che se apri un rubinetto esce fuori l'acqua. Crediamo
che sia nella natura delle cose. Ma il rubinetto è solo un pezzo di
metallo: l'acqua può uscire oppue no. In India si viene edotti circa la
vera natura delle cose. La morte avviene per strada, non in
ospedale o luoghi simili, ma sotto ai tuoi occhi. Certe funzioni
fisiologiche non vengono espletate in pratici camerini dietro una porta
chiusa, ma davanti a te. I suoni, gli odori... niente pareti, tutto è
esposto, nudo e crudo. La mente scivola in una sorta di sgomento
attonito. Mi ci è voluto un po' prima di riuscire ad accogliere
impressioni di questo tipo senza sussultare in continuazione. E il
processo passa per la confusione, la rabbia, la frustrazione,
l’irritazione, la disperazione e il dolore, sentire queste emozioni che
montano a ondate nel cuore. E allora resti presente, presente con
questo: è possibile stare con questo.
La terza cosa da ricordare nella pratica è notare i
risultati, riflettere su quello che è successo. C'è stato uno sblocco,
un cambiamento. Prima c'era il “Non voglio, non ce la faccio, non
capisco, non è giusto”. Senza un contesto adeguato che ci sostiene
finiremmo per credere a quella voce. E non cambieremmo mai veramente.
Non cresceremmo mai. Ma dobbiamo affrontare qualcosa che non è chiaro. A
me, ad esempio, sembrava di non riuscire a gestire la situazione, e
quello che sentivo emergere dentro non era molto carino. A volte mi
sembrava di perdere la testa completamente. Ma se resti presente con la
totalità della situazione il cambiamento avviene. E il risultato è una
pace che non è semplice tranquillità, è la pace della comprensione. Sei
cresciuto, c'è posto per tutto questo. E l'aspirazione, l'intenzione e
la capacità di sostenere lo spazio ne escono rafforzate.
Possono emergere tante cose dolorose, ma anche tante cose
meravigliose. Forse, nell'attimo in cui interviene il cambiamento, la
qualità che affiora è la compassione: “Ecco, solo di questo c'era
bisogno...”. O un sentimento di serenità, per cui si vede chiaramente:
“Le cose stanno così, per tutti”. Oppure la fede: “Il Buddha è vissuto
qui, in un posto come questo”. E anche per una sola impronta lasciata
dal Buddha vale la pena vivere.
Offro queste parole alla vostra riflessione.
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