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Venerable
Ajahn Munindo -
La libertà di soffrire
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L’illuminazione è un’idea meravigliosa. È il seme da cui
germoglia
e cresce la nostra dedizione all’addestramento di mente e
corpo.
Può occorrerci molto tempo prima di cogliere il vero
punto centrale della pratica buddhista. In questa Via ci sono innumerevoli
dottrine, credenze e tecniche, ma nessuna è di per sé un punto finale. Fanno
tutte parte di un addestramento complessivo chiamato cittabhavana, o
‘addestramento del cuore’. La parola citta viene tradotta con diversi
termini: ‘cuore’, ‘consapevolezza’ e talvolta ‘coscienza’. Bhavana,
letteralmente, significa ‘portare a essere’. Quindi cittabhavana può essere
tradotto come ‘coltivazione della consapevolezza’. Questo tema è ovviamente
centrale sia nel vostro lavoro come psicoterapeuti, sia nel nostro
addestramento monastico, quindi sono lieto di avere questa possibilità di
riflettervi insieme.
Come dicevo, è frequente che ci occorra molto tempo prima
di afferrare il cuore del messaggio: che la consapevolezza in se stessa è
ciò su cui stiamo lavorando. È molto importante arrivare a capire che tutti
i diversi mezzi abili offerti dal buddhismo sono rivolti a questo.
Negli anni ’60 e ’70 molti di noi si trovavano in Asia,
alla ricerca di qualcosa che riempisse un vuoto avvertito dentro, un senso
interiore di mancanza di qualcosa. A seconda delle diverse aspettative,
trovammo un’ampia varietà di sistemi e di contenuti, alcuni più utili di
altri. Tra questi c’erano i monasteri e i maestri buddhisti. Quello che
pensavamo offrissero era questa meravigliosa idea dell’illuminazione.
Ne eravamo profondamente ispirati e credevamo
significasse che, se a un certo punto, in futuro, ci fossimo strettamente
aggrappati a quest’idea, saremmo per sempre stati liberi da ogni sensazione
di mancanza; saremmo anche stati liberi dalla sofferenza. Tendevamo ad
avvicinare ciò che trovavamo in Asia nello stesso modo in cui avvicinavamo
la nostra vita quotidiana, cioè da consumatori: “Come diventare illuminato?
Cosa devo fare per ottenere la libertà dalla sofferenza?”.
Si racconta di un giovane occidentale, in viaggio nel
sudest asiatico, così particolarmente ansioso di entrare a far parte solo
della migliore tradizione, che continuava a passare da un maestro all’altro,
interrogandoli. Poneva a ognuno a turno la domanda: “Cosa faceva il Buddha
sotto l’albero della bodhi?”. Immagino che intendesse confrontare tutte le
risposte e poi fare la sua scelta. Naturalmente, ogni maestro rispondeva dal
suo punto di vista. Il primo, un maestro giapponese che viveva a Bodhgaya,
rispose: “Oh, il Buddha faceva shikantaza”. Un altro disse: “Il Buddha
sicuramente praticava anapanasati”. Un altro ancora rispose: “Il Buddha
faceva dzogchen”. E un altro: “Il Buddha sedeva in vipassana”. Quando questo
ricercatore visitò la Thailandia e chiese ad Achaan Chah cosa facesse il
Buddha sotto l’albero della bodhi, Achaan Chah rispose: “Dovunque il Buddha
andasse, era sotto l’albero della bodhi. L’albero della bodhi era un simbolo
della sua retta visione”.
Ogni volta che ricordo questa storia, mi piace quello che
risveglia in me. C’è un capovolgimento di attenzione e il richiamo al punto
essenziale della nostra pratica. Mi ritrovo di nuovo al cuore dell’argomento,
o nell’unico luogo in cui posso fare quel genere di sforzo che crea una
differenza.
Naturalmente, è comprensibile non riuscire a capire tutto
fin dall’inizio e sprecare energia aggrappandoci a questa idea iniziale di
diventare illuminati. Queste idee sono semi che si sviluppano poi in un modo
più ampio di concepire la pratica. In ogni caso, è necessario riconoscere
che quello che ci viene offerto da questa Via è un addestramento completo
alla consapevolezza, e non solo un’idea. Noi accettiamo l’addestramento come
accetteremmo un invito; in questo caso, un invito a occupare il nostro vero
posto all’interno del nostro corpo/mente. Il sentiero dell’addestramento del
Buddha non è un semplice condizionamento finalizzato ad adattarci al modello
di qualcun altro o alla comprensione di qualcun altro.
la
consapevolezza
La
consapevolezza come capienza
Il modello di riflessione sul nostro addestramento che
ho trovato più utile è quello della consapevolezza vista nella sua
dimensione di capienza. Tutte le nostre esperienze vengono accolte nella
consapevolezza. Quanto completamente o liberamente accogliamo la vita
dipende dalla capienza del nostro cuore o, potremmo dire, dal livello di
consapevolezza a cui viviamo. Con questo modello possiamo esaminare con
esattezza come, dove e quando poniamo dei limiti alla nostra capacità di
ricevere l’esperienza, quali siano i limiti che mettiamo alla consapevolezza
e di cosa siano fatti.
Uno dei canti che recitiamo regolarmente al monastero
dice: “Appamano Buddho, appamano Dhammo, appamano Sangho”. La parola
appamana si traduce con ‘senza misura’. Quindi questo verso significa:
“Illimitato è il Buddha, illimitato è il Dhamma, illimitato è il Sangha”. Un
modo per capire cosa fosse illimitato nel Buddha è riferirsi alla qualità
della sua consapevolezza. La capienza del cuore del Buddha era sconfinata e
pertanto egli poteva accogliere un’illimitata esperienza senza il minimo
sforzo. Il Buddha andò al di là della tendenza a porre limiti alla
consapevolezza e restava, quindi, imperturbato davanti a qualsiasi cosa
passasse attraverso la sua consapevolezza. Perciò diciamo: “Prendo rifugio
nel Buddha”; che equivale a orientare ogni nostro sforzo cosciente alla
possibilità di una consapevolezza illimitata.
Sappiamo che è questo che dobbiamo fare, se vogliamo
risvegliarci da un senso dell’essere angosciosamente limitato. Dobbiamo
addestrare noi stessi perché abbiamo da fare i conti con l’esperienza
umiliante di credere: “Questo è davvero troppo. Non posso più sopportarlo”.
Dobbiamo capire cos’è questo ‘io’ che trova che questo è troppo. La nostra
esperienza del momento presente non è troppo per la realtà; la realtà è ciò
che accade. La dolorosa costrizione che sentiamo è il sintomo dei limiti che
mettiamo alla consapevolezza. Questo dolore è la giusta conseguenza della
nostra abituale tendenza ad aggrapparci.
Da questa prospettiva comprendiamo che porre limiti è
qualcosa di cui siamo responsabili. Questa contrazione del nostro cuore non
è una cosa che ci sia stata imposta. Riusciamo a vedere che non siamo
vittime inermi del nostro condizionamento. Continuo a sorprendermi quando
qualcuno dice: “È solo che sono fatto così”, come se qualcun altro l’avesse
progettato male. Lavorando con un modello della consapevolezza in quanto
capienza, sveliamo (letteralmente: togliamo il velo) la potenzialità di
cambiamento. Con una costante accurata attenzione in questo campo, comincia
a spuntare una tranquilla fiducia in una via che ci è possibile coltivare.
Fare
attenzione
Nel mondo della vista, dei suoni, degli odori, del tatto,
delle sensazioni e delle impressioni mentali non abbiamo altra scelta che
ricevere l’impatto sensoriale. Al di là del nostro stile di vita, che siamo
monaci o monache o psicoterapeuti, o qualunque sia la nostra occupazione,
abbiamo tutti a che fare con il mondo dei sensi. E le impressioni sensoriali
possono essere accolte o non accolte. Se siamo rigidi nel nostro attenerci
alla percezione di noi stessi come intrinsecamente limitati nella nostra
capacità di ricevere, allora ci sentiamo schiacciati dal conflitto, bloccati.
Ma contemplare la possibilità di aprirci e di espandere la capienza del
nostro cuore ci porta al di là della sensazione di essere obbligati a
soffrire.
Se imponiamo a noi stessi di prestare costantemente
attenzione proprio alla sensazione di essere obbligati a soffrire,
diventiamo consapevoli della dinamica che crea la sofferenza. Ci mettiamo in
condizione di sciogliere la causa del senso di limitazione. La nostra
attenzione non addestrata, facilmente e comprensibilmente, comincia pian
piano a interessarsi a sfruttare al massimo le possibilità del piacere. È
naturale che il lato sensuale del nostro carattere voglia seguire quello che
i sensi sembrano suggerirci come il miglior modo per aumentare il benessere,
cioè: se ti piace, prendilo; se non ti piace, rifiutalo. Ma dall’esperienza
della nostra vita sappiamo di dover guardare più in profondità, non per
pronunziare un giudizio, ma per accordarci con la realtà. Nessuno ci forza a
guardare in profondità, ma, se non lo facciamo, restiamo più turbati di
quanto sia necessario dai conflitti della vita.
Ecco perché il buddhismo sembra evidenziare la sofferenza.
La retta attenzione prestata al momento e nel luogo giusto ci mostra cosa
facciamo per mantenere la percezione dell’essere come limitato. Se ci
accorgiamo di essere noi a farlo, allora possiamo anche accorgerci che
possiamo non farlo. Che sollievo!
Quindi, il modo in cui avviciniamo i nostri conflitti è
una scelta. Per esempio, riguardo al corpo, supponete che uno di noi, un
giorno, scopra un gonfiore molto doloroso sotto un’ascella. È probabile che,
sotto un certo aspetto, preferiremmo non saperlo. Ma siamo tutti consapevoli
delle conseguenze pericolose dell’ignorare questo genere di segni. Qualcosa
dentro di noi sa che il dolore è un messaggio dell’organismo che chiede
attenzione. Se gli offriamo un adeguato interessamento, allora può essere
evitato un danno ulteriore. Se non lo facciamo, forse sarà costretto ad
aumentare il volume del messaggio.
Nella nostra pratica di addestramento alla consapevolezza,
impariamo a leggere la sofferenza del cuore allo stesso modo in cui
interpreteremmo i sintomi del corpo. La sofferenza del cuore indica che c’è
qualcosa che, per qualche ragione, stiamo evitando, e a cui non stiamo
prestando la giusta attenzione. Più avanti può essere avvertita come una
leggera spinta verso la consapevolezza, ma all’inizio si presenta come
turbamento e sofferenza. Ricordatevi di cosa provò il Buddha quando per la
prima volta incontrò la vecchiaia, la malattia e la morte.
Prestando ascolto a questo appello all’attenzione e
sentendolo dentro di noi, non voltando le spalle al dolore che vi è
contenuto, possiamo essere presenti alla nostra resistenza. Quando
riconosciamo cosa stiamo facendo, arriviamo a vedere la sofferenza per
quello che è. Se la nostra attenzione è abbastanza accurata, sollecita e
allenata, si scioglie questo nostro tenerci attaccati a una capacità
limitata e al suo posto appare una nuova comprensione. Allora riceviamo
un’inaspettata conferma che dice che per ogni aumento della nostra capacità
di ricevere la vita vi è un corrispondente aumento del discernimento.
La capacità di vedere con chiarezza e di sentire
accuratamente è già presente nell’apertura del nostro cuore. È solo quando
compulsivamente imponiamo e manteniamo delle restrizioni a noi stessi che
creiamo sbarramenti. Un cuore più ampio contiene già in sé quello che stiamo
cercando. La nostra difficoltà consiste nel fatto che preferiamo non
attraversare la soglia della paura e del conflitto per entrare in una realtà
più vasta. Tuttavia, tutti i nostri sforzi per diventare saggi e
compassionevoli attraverso il solo interpretare e creare strategie per la
nostra vita ci lasciano con un senso di egocentrismo e di frustrazione. C’è
invece un profondo valore nel reciproco incoraggiamento a dedicarci a
un’accurata coltivazione di questo addestramento.
La
consapevolezza non giudicante
Nel cercare di andare al di là di un’esistenza
abitudinaria o ignorante, a un certo stadio dovremo necessariamente
osservare come ci formiamo un personale senso di sicurezza, la nostra
identità. Per tutti noi tale identità sorge, per lo meno in buona parte, dal
prendere posizione a favore o contro quello che accade. Possiamo rendercene
conto dalla sensazione di sicurezza che proviamo quando sappiamo dove porci
rispetto a un’esperienza che affrontiamo o a un problema che ci si presenta.
L’abilità di metterci al sicuro attraverso la capacità di discriminare è un
nostro normale atteggiamento, ma è opportuna solo fino a un certo punto.
Quando questa facoltà di discriminazione assume il comando e diventa chi e
cosa siamo, si rivela un grave problema. Significa che non possiamo mai
essere liberi dal prendere posizione, dall’essere d’accordo e dal non essere
d’accordo, anche in modi sottili, il che crea irrequietezza alla mente. In
questo modo non siamo mai semplicemente consapevoli dell’attività della
nostra mente. Il nostro desiderio di mantenere una tranquilla indagine
finisce in una lotta con la resistenza e la confusione.
Possiamo far chiarezza su questo aspetto considerando le
conseguenze del genere di messaggi che abbiamo ricevuto, nei nostri primi
anni di vita, riguardo a cosa rappresenti la realtà ultima. Per esempio,
quale sarà l’effetto se non ci è stata trasmessa l’idea che Dio è amore, che
la realtà ultima si prende cura pervadendo tutto e tutto includendo
dell’esistenza; ma ci è invece stata trasmessa l’idea che Dio è un essere
che per l’eternità accetta e rifiuta, seguendo un ordine del giorno su cui
non abbiamo voce in capitolo, un essere onnipotente che accoglie qualcosa ed
espelle qualcos’altro, per sempre? L’effetto è che la parte più alta della
nostra psiche discrimina in continuazione e noi siamo prigionieri di un
processo intrinsecamente frustrante. Viviamo in uno stato di tensione
cronica.
Non c’è possibilità di libertà in una visione tanto
condizionata. È molto importante esaminarla. Immaginate cosa accade, per
esempio, se siamo stanchi o non ci sentiamo bene e non siamo in contatto con
la compassione. Se prevale la tendenza a prendere posizione per il bene e
contro il male, allora non possiamo accettarci in quello stato. Tutto ciò
che facciamo è agire con una mente cronicamente giudicante: “Non dovrei
essere così”. L’abituale ricerca di un’identità attraverso il formarsi
un’opinione a favore o contro ci tiene rinchiusi o vincolati a un programma
immaginario che, in definitiva, è giusto. Ma cosa è giusto in questa
situazione?
Alla ricerca dell’identità inseguendo la sicurezza
nell’attività condizionata della nostra mente si può contrapporre il
sentiero spirituale del trovare benessere e identità nella consapevolezza in
se stessa. Quelli che si impegnano nel risveglio si muovono al di là di una
ricerca della sicurezza in un’identità personale costruita su punti di vista
fissi e opinioni; si muovono nel mondo insicuro e sconosciuto del non sapere
dove ci si trova, e infine raggiungono la consapevolezza non giudicante. Se
non dobbiamo sapere chi siamo o essere sicuri di essere nel giusto, ma
possiamo invece ricevere, nella libertà della consapevolezza, il momento
così come si presenta, ci lasciamo alle spalle la nostra dipendenza dalla
certezza, con la sua prevedibilità e limitatezza di possibilità. Entriamo in
un modo di vivere completamente diverso. Non ci servono garanzie che il
nostro gruppo è il migliore o che tutto avrà un esito perfetto. Possiamo
tollerare l’incertezza, il che è meravigliosamente liberante. Non ci sembra
più impossibile riuscire a conciliarci con le attività del nostro mondo
totalmente incerto, senza essere spinti, inavvertitamente, a prendere
posizione. Questa scoperta è una buona notizia.
La consapevolezza e la sua
attività
Col procedere dell’indagine arriviamo a vedere come ogni
attività di cogliere e scegliere è semplicemente un’attività che ha luogo
nella consapevolezza. Nel colloquio iniziale, il mio primo insegnante in
Thailandia, il venerabile Achaan Thate, mi disse che il mio compito era
imparare a vedere la differenza tra l’attività che ha luogo nella
consapevolezza e la consapevolezza stessa. Fine del colloquio!
Quest’istruzione è tuttora la base di tutta la mia
pratica. Mi sento molto fortunato di aver avuto un orientamento così chiaro
e semplice. Il consiglio che questo insegnamento ci dà ci libera dal credere
che noi siamo l’attività che sta avendo luogo. Possiamo giungere a vedere
ogni contenuto della nostra mente, incluso il cogliere, scegliere, valutare
e così via, come onde naturali che attraversano l’oceano di consapevolezza
che è la nostra vita. Veniamo positivamente distolti dal lottare con ciò che
sorge dentro di noi. Piuttosto, riconosciamo che la mente giudicante non è
altro che questo. È un’attività naturale; non occorre biasimare, né prendere
una posizione a favore o contro la mente giudicante, o qualsiasi altra
attività. Se siamo consapevoli della tendenza ad attaccarci a un punto di
vista riguardo a quello che vediamo, ricordiamo di non giudicare la mente
giudicante. Occorre diventare, a questo riguardo, piuttosto sottili.
Persistendo nella consapevolezza, la riflessione saggia
ne è ravvivata e ispirata. Ed è proprio la consapevolezza che, col tempo,
gradualmente, dissolve la nostra falsa identità di esseri intrinsecamente
limitati e condizionati. Come addestramento ci impegniamo a una pratica di
presenza mentale nei confronti della possibile percezione del ‘conflitto’.
Se riusciamo a ricordarci di essere consci del conflitto che ha luogo in un
dato momento, e ci ricordiamo anche di non giudicare il conflitto, ci
ritroviamo elevati a una consapevolezza che ha già in sé la comprensione e
la sensibilità che determinano il lasciar andare. Il lasciar andare accade;
non è qualcosa che facciamo. Anzi, è condizionato dal nostro non fare, dal
non prendere una posizione a favore o contro. Diventa allora chiaro come
procedere.
Secondo la mia opinione, non andiamo molto lontano nella
nostra pratica, di meditanti o di psicoterapeuti, finché non ci siamo
familiarizzati con la realtà del non giudicare. Senza questo accesso,
semplicemente non avremo lo spazio interiore per reggere l’intensità del
dilemma con cui certamente ci sfiderà una vita impegnata alla trasformazione.
Se veramente conosciamo la mente non giudicante, allora sappiamo dove
risiede la risoluzione, la spontaneità, la creatività, l’intelligenza.
Risiede là dove quello che stiamo cercando esiste già. Finché non entriamo
in questa dimensione, tutte le nostre parole sagge saranno solo imitazione.
Parlando, non faremo che citare altri.
Il fattore dell’agilità
Nella nostra coltivazione della Via ci saranno periodi in
cui ci sentiremo fin troppo a nostro agio con un particolare orientamento
della pratica. Se non siamo sufficientemente attenti da rendercene conto,
potremmo farci catturare da una sensazione di mediocrità; finiremmo per
annoiarci. In questo caso, l’incoraggiamento è a sviluppare l’agilità
dell’attenzione per essere in grado di entrare e uscire da situazioni che
creano contrasto. Evitiamo di fermarci solo in quegli spazi in cui sappiamo
di poter operare bene. Ciò vale sia per il nostro mondo interiore sia per la
nostra vita esteriore.
Per comprendere come il principio del contrasto porti
approfondimento, basta osservare come apprendono e crescono i bambini. I
genitori offrono ai bambini esperienze di contrasto, colori e oggetti che
stimolano la crescita dell’intelligenza. Senza un’introduzione appropriata
di esperienze di contrasto, i bambini perdono la loro inclinazione
all’immaginazione, a causa della ripetitività e dell’insipidezza delle
abitudini consuete; è molto probabile che diventino ottusi.
Riflettiamo sul buon senso contenuto nel detto: “Un
cambiamento fa bene quanto il riposo”. La sensazione di venire rigenerati
dal cambiare, in modo significativo, ciò che siamo abituati a fare, anche se
non è un cambiamento in direzione di qualcosa che ci piaccia particolarmente,
sorge perché rompiamo il modello di prevedibilità a cui siamo ormai
assuefatti. Quando cambiamo quello che siamo abituati a fare, veniamo
energizzati dal nostro stesso interesse ed entusiasmo naturale. Noi
possediamo già moltissima energia, i nostri scoppi passionali lo dimostrano,
ma poiché gli schemi della nostra vita diventano del tutto consueti, insorge
la rigidità e perdiamo il contatto con la nostra fonte di energia.
Sottoporci a influenze che creino contrasto ci dà nuovo accesso alla nostra
naturale energia. Se non comprendiamo questa dinamica, possiamo credere che
ci manchi effettivamente qualcosa, e possiamo cercare all’infinito nuovi
stimoli.
Dobbiamo riflettere sulla nostra particolare condizione
fino a scoprire come si generano per noi l’interesse e la vitalità.
Recentemente, è arrivato al nostro monastero un amico fotografo, per fare
fotografie per il calendario dell’anno prossimo. Il suo lavoro è bello e
molto ammirato per la ricchezza e la profondità che riesce a trasmettere.
L’elemento principale che crea quella ricchezza è il contrasto.
Se seguiamo le nostre tendenze abituali a restare là dove
ci sentiamo sicuri e a evitare le sfide, per timore di non essere
all’altezza, non sfuggiremo alla mediocrità. Anche se cerchiamo di offrirci
per un po’ stimoli e distrazioni, sappiamo che questa non è la Via. Se
riflettiamo sul principio di contrasto nella pratica, ci incoraggiamo a
entrare in situazioni in cui non ci sentiamo sicuri, perché ci interessa e
vogliamo essere svegli.
Ho sentito una volta un noto maestro inglese di judo
parlare di come venne istruito dal suo insegnante. L’insegnante aveva notato
che lo studente stava vincendo tutti i tornei grazie a una particolare mossa,
e che usava sempre il suo lato destro. L’insegnante gli disse allora che
doveva smettere di usare il lato destro per un anno. Seguì una serie di
umilianti sconfitte, ma alla fine lo studente imparò a ottenere la vittoria
eseguendo quella mossa con il lato sinistro. Apparve allora chiaramente
quanto fosse stato saggio l’insegnante. Finché lo studente riusciva a
eseguire la mossa solo da destra, era vulnerabile; era solo questione di
tempo, poi qualcun altro avrebbe scoperto la sua debolezza e l’avrebbe colto
in fallo. Ma ora che aveva imparato a eseguire la mossa con entrambi i lati,
era imbattibile.
Molti di noi non hanno la fortuna di vivere con un
maestro attento, che osservando le nostre tendenze a sbilanciarci sfruttando
solo i nostri lati buoni, ci costringa a osservare noi stessi. È in questo
caso che occorre sviluppare l’agilità interiore. L’insegnamento formale
buddhista, in questo campo, è conosciuto come ‘i quattro fondamenti della
presenza mentale’ (Satipatthana). Anche se ora non entreremo nei particolari
di questi insegnamenti, è bene farvi riferimento. L’istruzione offerta è una
descrizione dettagliata delle tecniche e dei benefici dello stabilire la
presenza mentale in quattro aree: presenza mentale del corpo (kayanupasanna);
presenza mentale delle sensazioni (vedananupasanna); presenza mentale della
mente o del cuore (cittanupasanna); presenza mentale delle leggi o dei
modelli della realtà che riguardano la via del risveglio (dhammanupasanna).
I discorsi tenuti dal Buddha su questo argomento costituiscono il fondamento
di tutti gli insegnamenti nella tradizione meditativa della scuola buddhista
theravada. L’agilità dell’attenzione, interna ed esterna, occupa la
posizione più alta nella gerarchia delle abilità da sviluppare.
l’addestramento
L’addestramento ‘in accordo
con’
Ora rivolgiamo la nostra attenzione in modo specifico
all’addestramento. Uso questa parola non nel senso, ad esempio, di
addestrare un pappagallo a parlare, che è meglio definire condizionamento,
ma nel senso di dare una direzione a qualcosa che si sta muovendo. Al centro
del gruppo di edifici di cui è composto il nostro monastero c’è un giardino
dedicato alla memoria del defunto venerabile Achaan Chah. Al centro del
giardino c’è uno stupa, un reliquario, che contiene le reliquie del nostro
maestro, e questo stupa è situato in un grazioso minuscolo stagno. Per
mantenere lo stagno sempre limpido e pieno, l’acqua piovana, che scende dal
tetto dell’adiacente sala di meditazione, viene raccolta e indirizzata, ‘addestrata’,
a scendere verso lo stupa. Dietro lo stupa cresce un’edera variegata e io
sto cercando di addestrarla ad arrampicarsi sul muro. Chiunque faccia
giardinaggio sa che questo tipo di addestramento può funzionare solo se è
nella natura della pianta seguire quella strada. Il retto addestramento deve
essere in accordo con la vera natura di ciò che viene addestrato. E questo
addestramento deve significare, innanzitutto, contrastare la nostra natura
indisciplinata. Ci sono giardinieri che preferiscono la natura allo stato
brado, e lo capisco. Ma se seguiamo la via del selvaggio non diretto, non
addestrato, nell’area delle passioni umane, causiamo molta sofferenza a noi
stessi e agli altri. Quindi ci sottoponiamo volontariamente a un
addestramento.
L’addestramento della totalità
dell’essere
Se un addestramento è buddhista, deve coinvolgere il
corpo, la parola e la mente. Quando osserviamo la qualità della nostra vita
attuale, dovremmo vederla come il risultato delle nostre azioni passate (kamma).
Il nostro essere è condizionato dalle azioni del corpo (kayakamma), dalle
azioni della parola (vacikamma), e dalle azioni della mente (manokamma).
Armonizzare la nostra natura passionale con il sentiero della realizzazione
deve coinvolgere tutto il nostro essere. Molti dei nostri rituali formali
sono mirati a elevare la consapevolezza di queste tre dimensioni. Quando ci
inchiniamo di fronte all’immagine del Buddha, stiamo chinando la nostra
forma corporea nel riconoscimento della nostra esperienza di limitatezza.
Col nostro corpo stiamo dicendo che ‘io’, come ego separato, volontariamente
mi sottometto alla ‘via di ciò che è’, in contrasto con l’arrogante
atteggiamento del “Posso farcela, non ho bisogno di nessuno”. E quando
offriamo candele e incenso alle tre Gemme, compiamo col corpo gesti di
rispetto e gratitudine, che portano sollievo all’attività auto-orientata
della nostra vita che sempre prende dal mondo per dare a ‘me’. Allo stesso
modo, quando recitiamo i canti del mattino e della sera, pronunciamo parole
che fanno vibrare i più profondi recessi del nostro cuore. Agendo
intenzionalmente con corpo e parola adeguandoci a un rituale regolare, ci
ricordiamo dove sia situata la reale responsabilità delle nostre azioni.
Anche l’impegno consapevole nel reciproco dialogo sugli
aspetti della verità serve a coltivare il senso del significato
dell’addestramento. È incoraggiante vedere che sempre più persone vogliono
incontrarsi per potersi così sostenere reciprocamente.
Se non ci addestriamo, come l’acqua del tetto che non
raggiungerebbe mai lo stagno, ma semplicemente gocciolerebbe via, allo
stesso modo la preziosa passione del nostro cuore non riuscirà ad animare il
nostro impegno nella Via.
Volere l’addestramento
Se l’addestramento è in accordo con la vera natura di chi
viene addestrato, ci si sente a proprio agio, anche se, talvolta, ci
sentiamo sfidati. L’addestramento è una sfida, perché non è quello che ‘io’
voglio. Ma, allora, quando mai ‘io’ veramente ottengo quello che voglio? È
possibile che questo ‘io’ separato sia genuinamente soddisfatto? No! Perché,
identificandoci con l’attività del volere e non con la consapevolezza in se
stessa, siamo costretti a sentirci sempre irrequieti. Quando lo comprendiamo,
cominciamo a volerci sottoporre a un addestramento. E questo volere è
essenziale. Il maestro di meditazione venerabile Achaan Mahabua, quando gli
venne chiesto: “Che posto occupa, in questa Via, il desiderio di liberazione?”,
rispose che questa è la Via. Quando vogliamo sottoporci totalmente a un
addestramento, perché aspiriamo ad andare al di là di un senso di
rattrappita limitatezza, allora ci vengono in soccorso l’interesse e la
creatività necessari a questo scopo.
Se ascoltare discorsi o leggere libri sulla pratica ci
ispira a intraprendere un addestramento, è positivo. Ma è necessario sapere
che lo facciamo perché vogliamo farlo. È solo da questa prospettiva che
possiamo imparare quanto la nostra stessa facoltà di discernimento ha da
dirci. Se imitiamo la pratica di qualcun altro, compromettiamo questa
facoltà. Dobbiamo valutare, man mano che procediamo, se questa via è la
nostra via. Iniziare un addestramento è come entrare in un torrente di
montagna per fare il bagno. Non ci tuffiamo subito dentro perché ci sembra
attraente. Potrebbe essere profondo solo mezzo metro e ci faremmo molto
male. È meglio andar cauti, tastando il terreno, finché sentiamo di fidarci
di ciò in cui stiamo entrando.
Talvolta per alcuni è problematico riuscire con tutto il
cuore a voler progredire nel proprio addestramento, perché gli insegnamenti
buddhisti richiamano continuamente l’attenzione al fatto che la sofferenza
ha le sue radici nel desiderio. Allora alcuni saltano subito alla
conclusione che volere qualcosa non è la Via. È un’interpretazione del tutto
fuorviante. Come sappiamo, dove c’è desiderio c’è energia. Se a causa di
qualche malinteso sul desiderio, disconosciamo questa energia, allora chi ne
è responsabile? Chi ne avrà cura se non noi? Non se ne andrà semplicemente
perché noi pensiamo che non è una buona idea. L’ultima cosa di cui il mondo
ha bisogno è più noncuranza riguardo al desiderio. Quello che, invece, è
veramente d’aiuto è conoscere cosa vogliamo più di ogni altra cosa. Voglio
dire che la ragione per cui intraprendiamo questo addestramento è perché
vogliamo scoprire quale sia questa cosa.
Al monastero di Ratanagiri, il sabato sera, teniamo
regolari incontri in cui i buddhisti del luogo si riuniscono per i canti, la
meditazione e una discussione. Cominciamo con la recitazione dei tre rifugi
e dei cinque precetti. Per un lungo periodo questa recitazione avveniva a un
volume molto basso di voce, finché un giorno mi parve che i partecipanti si
sentissero imbarazzati. Chiesi se volessero smettere; ma volevano continuare.
Allora consigliai che, se il gruppo si sentiva riluttante, avremmo dovuto
urlare la recitazione. Ora, non proprio urliamo, ma nella sala risuona una
forte voce d’insieme, che riafferma la nostra determinazione a offrire noi
stessi all’addestramento.
Resta, dunque, il bisogno di sapere che la pratica che
stiamo seguendo è la nostra. Possiamo facilmente abituarci a forme di
addestramento che diventano acquisite e che per questo smettono di essere
efficaci per noi. Se però queste forme vengono comprese correttamente, ci
entusiasmano e ci danno energia. Quindi, continuiamo a vagliare se lo stiamo
facendo perché lo vogliamo. Quando raggiungiamo un punto in cui c’è
un’autentica volontà di sottoporci a un addestramento, possiamo gioire della
pratica molto più intensamente.
Ovviamente, ci saranno momenti in cui sentiremo di non
averne più voglia. Ma se abbiamo coltivato l’abitudine salutare di chiederci,
con interesse, cosa motiva le nostre azioni, quando sorge questa sensazione
di non voglia ci troveremo nella migliore posizione per scoprire se
veramente non vogliamo farlo. A livello superficiale, i nostri desideri
vanno e vengono, condizionati da molte e diverse circostanze casuali; ma a
livello più profondo, secondo il punto di vista buddhista, tutti gli esseri
vogliono essere liberi. Quindi, se osserviamo abbastanza a lungo, potremo
penetrare oltre la sensazione di non volere addestrarci e ricorderemo il
perché del nostro impegno.
Una mente molto tenace
È altresì essenziale mantenere un impegno pienamente
consapevole nell’addestramento. Come qualsiasi altra cosa, la coltivazione
della Via richiede tempo. Nella tradizione buddhista cinese c’è un
insegnamento che dice che ci sono tre requisiti per la prosperità della Via:
grande fede, grande dubbio e una mente molto tenace. Vivere con una
sotterranea fede, illuminata da un contrappunto di dubbio sempre cangiante e
che sempre ci mette alla prova, genera l’energia che distrugge le nostre
rigide abitudini. Ma se la nostra pratica è contaminata da aspettative
sbagliate, basate sull’ottenere quello che ‘io’ voglio, allora quella stessa
energia che è stata liberata può nutrire la rigidità egoica, rendendola
ancor meno lavorabile, e si finisce per essere peggiori di quello che
saremmo se non avessimo mai iniziato a praticare. Perciò i buddhisti cinesi
fanno voto di continuare lo stesso sentiero di pratica, senza modificarlo,
per tante vite quante sono necessarie al risveglio. Per chi crede fermamente
nella trasmigrazione di vita in vita, attraverso i sei reami di esistenza (paradiso,
reame degli dèi in lotta, reame umano, animale, degli spiriti famelici, e
inferno), questo voto può effettivamente allentare le aspettative. Finché
pretendiamo di ottenere quello che ‘io’ voglio dall’addestramento,
rinforziamo gli impedimenti. Già riflettere su questo fatto ci aiuterà a
cambiare il modo in cui ci poniamo nei confronti delle aspettative che ci
siamo tenute ben strette per così tanto tempo. Un vero addestramento ci
sostiene nel lasciar andare le aspettative e nel rinnovare continuamente il
nostro sforzo.
È difficile per tutti mantenere vivo lo sforzo. Non basta
l’abitudine della pratica formale. Anni fa, quando eravamo in Asia, era
facile criticare quelle che consideravamo eccentricità superstiziose e prive
di senso, come le nuvole di incenso davanti ai Buddha d’oro. Ma la nostra
meditazione seduta può essere lo stesso. Se non pratichiamo con spirito
sempre rinnovato, diventa un’eccentricità priva di senso; in effetti, peggio
che inutile. Se non siamo completamente coinvolti nella meditazione, con il
corpo, il cuore, e la mente, allora può darsi che accentuiamo le limitatezze
già esistenti. Che disgrazia!
Perché la meditazione resti il rituale profondo e
radicale che in effetti è, dobbiamo ricordare di mantenere il nostro sforzo
sempre nuovo e vivo. Anche se la seduta formale è un mezzo valido, ci sono
altri mezzi; dobbiamo riesaminare ogni aspetto della devozione e cosa
significhi per noi. Quasi sicuramente imitare le pratiche devozionali
asiatiche non funzionerà, ma è di vitale importanza trovare cosa funzioni.
Per esperienza personale, sviluppare una pratica di offerta quotidiana di
incenso all’altare è utilissimo per nutrire la vitalità spirituale. Certi
giorni posso anche non sedere in meditazione, ma non trascuro quasi mai i
miei impegni devozionali.
liberi di soffrire
È ricordando quello che ci ha spinto a sottoporci
all’addestramento, e riscoprendo momento per momento il retto sforzo, che si
palesa la chiara comprensione del funzionamento della consapevolezza. Con
questo nuovo rivelarsi del valore intrinseco e della bellezza della
consapevolezza, si produce un nuovo lasciar andare la sicurezza delle
vecchie, familiari identità; un lasciar andare anche l’idea di diventare
migliori o di trasformarsi, lasciar andare perfino l’idea dell’illuminazione.
Ora, noi valutiamo a tal punto il vedere con chiarezza, che siamo
positivamente restii ad accontentarci di qualcosa di meno.
Possiamo riuscire anche a lasciar andare la
preoccupazione di diventare liberi dalla sofferenza. Ora ci interessa di più
come accogliere senza errore qualsiasi sofferenza si presenti al momento.
Cominciamo a trovare la nostra sicurezza e il nostro benessere nella libertà
di soffrire: “Posso soffrire e nello stesso tempo rimanere libero?”. Il
nostro interesse a coltivare la consapevolezza ci ha portato a fare un giro
completo, fino a scoprire non la libertà dalla sofferenza, ma una vasta
capacità di sofferenza. Questa vasta capacità di sofferenza è la vastità di
compassione che stiamo cercando. Che fortuna sarebbe per il mondo se ci
fossero più esseri capaci di tale compassione!
Grazie per averci dato l’opportunità di riflettere su
questi temi.
*
Domanda: Ho la tendenza a diventare sgradevolmente
impacciato quando faccio uno sforzo per essere consapevole. Probabilmente,
col progredire della pratica, tenderà a diminuire.
Achaan Munindo: Anche quando ciò a cui ci dedichiamo è
salutare e conveniente, finiamo per entrare in conflitto, perché non
riusciamo a non forzarci. Può essere utile vedere fino a che punto la nostra
forza di volontà, di stile occidentale, è deformata e deformante. Qualsiasi
cosa tentiamo volontaristicamente, risulta distorta; ciò che interferisce è
il nostro forzarci troppo. Non c’è niente di sbagliato, è solo che fa male,
ecco tutto. E per trovare il modo di trasformare quel male in autentico
benessere, io ricorro sempre alla forza della consapevolezza non giudicante.
Se siamo capaci di accogliere liberamente il dolore del nostro impaccio,
cioè senza prendere posizione e seguire le idee di come dovrebbero e non
dovrebbero andare le cose riguardo al dolore che sentiamo, perveniamo a una
realtà più vasta. In quell’apertura vi è la comprensione di come procedere
con una qualità purificata di sforzo.
In effetti, se la nostra sofferenza è abbastanza intensa
e il nostro impegno nella Via è di tutto il corpo e di tutto il cuore,
possiamo avere la fortuna di sprofondare totalmente nella disperazione, e a
quel punto ricordare ciò di cui abbiamo parlato oggi, cioè come la mente
giudicante sia complice di quanto accade. Ci chiediamo: “Dove sto cercando
la mia identità? Prendo ancora una posizione pro o contro, o sono libero di
sentire quello che sento in questo momento?”. Dico che si tratta di una
fortuna, perché, se veramente lo ricordiamo in profondità, al livello di
intensità a cui ci ha portato la disperazione, la silenziosa comprensione
che sorge a quella profondità servirà a minare gran parte del nostro falso
pensare e reputare.
D.: Il mio problema è che talvolta, quando sto con gli
altri, mi sembra di sviluppare una tensione creata dal cercare di rimanere
consapevole dentro di me e nello stesso tempo essere presente a quanto sta
accadendo all’esterno.
A. M.: Se qualcuno arriva da noi in stato di angoscia,
chiedendo la nostra attenzione, allora, ovviamente, se siamo capaci di
offrirgli attenzione, dovremmo farlo. Se ancora non possiamo fidarci di non
restare catturati dalle nostre stesse reazioni interiori, dobbiamo
riconoscere che questa è la situazione in cui ci troviamo. E dobbiamo sapere
che ciò significa che abbiamo del lavoro da fare su noi stessi. In ogni
caso, il momento in cui diamo ascolto a un altro non è il momento migliore
per lavorare su noi stessi. In un certo senso, le due cose vanno insieme, ma
solo fino a un certo grado.
Può esserci d’aiuto anche una regolare, quotidiana,
pratica formale di meditazione, o comunque si voglia chiamare l’esercizio
del consapevole ricordarsi. Come buddhisti, riconosciamo il valore della
regolarità, sia nella pratica formale sia in quella della vita quotidiana.
Ciò di cui ci dobbiamo occupare, nella nostra attività quotidiana, è vario e
complesso, ma una giornaliera seduta formale, dedicata a non fare niente,
eccetto liberarsi di ogni tendenza a prendere posizione, è di profondo
beneficio. Se osserviamo con sensibilità come avviene la preferenza, nel
momento stesso in cui si sta formando, cominciamo a poterla vedere in
trasparenza. Qualsiasi giudizio compulsivo si mescoli con l’attività,
qualunque possa essere il contenuto dell’attività, semplicemente lo notiamo
e ricordiamo: “Non giudicare la mente giudicante”. Se ancora continuiamo a
dare un giudizio, allora applichiamo la nostra contemplazione al giudizio e
continuiamo a indietreggiare in prospettive sempre più libere. Continuiamo a
liberare, liberare, liberare la nostra identificazione con il giudizio,
finché non rimane che la semplice attività della mente così com’è; o magari
non c’è attività del tutto. Ma senza uno sforzo regolare di sedersi in
silenzio, idealmente ogni giorno circa alla stessa ora, sento che può essere
difficile trovare quel genere di relazione totalmente fiduciosa con gli
altri che speriamo di avere; una relazione in cui possiamo dimenticare noi
stessi e semplicemente prestare attenzione.
D.: Hai parlato del lasciarsi aprire dalla sofferenza. Ho
sentito dire che negli insegnamenti buddhisti ci sono due vie: questa via, e
la via della beatitudine o dell’estasi. La seconda, mi sembra, fa un maggior
uso della celebrazione e della gioia.
A. M.: Sì, anch’io ho sentito parlare di questa idea
delle due vie. Può essere vero, ma per quanto mi riguarda non ne ho una
testimonianza diretta. L’apertura profonda necessariamente comprende sia la
sofferenza sia la gioia, ma non credo che siano due vie separate. Le soglie
che dobbiamo attraversare mi sembrano sempre incutere timore, e coinvolgono
sempre la sofferenza. Per avvicinarsi a queste soglie è senz’altro
necessario un forte senso di benessere e un’equilibrata fiducia, ma
afferrare la maniglia fa paura.
Quando cominciamo veramente a uscire dalla stanza delle
possibilità limitate, attraverso una stretta soglia, allora sperimentiamo la
beatitudine ed entriamo in una consapevolezza più vasta che è la nostra
nuova vita. In quel momento ci sentiamo sollevati e abbiamo la meravigliosa
sensazione di aver trovato quello che ci fa star bene. Siamo contenti di noi
stessi, almeno per un po’. Poi, il nostro impegno a un addestramento del
corpo, della parola, della mente, ci spinge a ricordare il nostro più
profondo interesse per la possibilità di una consapevolezza illimitata; non
solo una consapevolezza espansa. Continuiamo a prendere rifugio nella Realtà
e questo ci conduce a incontrare un’altra soglia e un’altra e un’altra
ancora; e continuiamo sempre a sentire la trepidazione. Nella mia esperienza,
quello che cambia è un’aumentata volontà di andare sino in fondo. Il retto
addestramento consiste nel trovare questa accresciuta volontà.
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